Io e gli amici, fedele gruppo del “caffè del weekend”, entriamo nel nostro bar del centro. È uno di quei posti che conosci come le tasche dei jeans: il bancone lucidato a specchio, il rumore ritmico della macchina del caffè che sputa vapore come un vecchio treno, il tintinnio dei cucchiaini, il profumo di brioche appena sfornate che ti accarezza l’anima e ti fa dimenticare che solo ieri volevi dare fuoco al computer dell’ufficio.
E di motivi per bruciarlo, ne avevo parecchi. Cinque giorni di lavoro serrato, riunioni che sembravano prove generali per l’eternità, mail a raffica e clienti che scrivono “urgentissimo!!!” anche per chiederti il colore del logo.
La mia testa era un hard disk pieno di errori. Avevo bisogno di un reset, di un Ctrl+Alt+Del esistenziale.
Ci sediamo al solito tavolino vicino alla vetrina, quello da cui si vedono passare le persone e, con un po’ di fortuna, anche i cani più simpatici del quartiere.
Il mio partner si toglie la giacca e mi sorride con quell’aria che dice “finalmente weekend”, mentre gli amici già cominciano a discutere se sia meglio la colazione dolce o salata.
Io, per staccare la mente, apro il giornale e mi perdo in un articolo infinito, di quelli pieni di riflessioni, dati, e parole che suonano importanti. Entro in trance. Non sento più nulla: né le chiacchiere, né il via vai del locale, né la musica in sottofondo che passa sempre la stessa playlist anni ’80.
Solo io, la carta e l’inchiostro.
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