Facevo il portiere notturno in un albergo di media grandezza.
Uno di quei posti che di giorno sembrano un sogno: tende bianche che ondeggiano nella brezza marina, fiori freschi alla reception, musica d’ambiente e clienti sorridenti.
Ma di notte… di notte è tutta un’altra storia.
Perché quando cala il silenzio e il personale si dirada, l’hotel si trasforma in un teatro dell’assurdo. E tu, portiere di turno, diventi regista, psicologo e – spesso – bersaglio.
Il mio turno iniziava alle 22 in punto.
Arrivo, saluto il collega del pomeriggio e, appena metto piede nella hall, noto subito qualcosa che non quadra: una macchina parcheggiata davanti all’ingresso principale.
Non accanto. Non nei pressi. Proprio davanti.
Come se fosse un’esposizione di un concessionario, piazzata lì sotto la vetrata.
Ora, chi conosce l’hotel sa che il parcheggio degli ospiti sta dietro, appositamente nascosto, così da non rovinare l’estetica.
Chiedo in direzione:
— «Scusate, di chi è quella macchina?»
Risposta:
— «È di un cliente appena arrivato. Ha detto che stava facendo un giro esplorativo e che l’avrebbe spostata subito.»
Va bene. “Subito” in linguaggio alberghiero può significare tutto e niente.
Aspetto.
Passano cinque minuti. Dieci. Venticinque.
Dopo trentacinque, la macchina è ancora lì, fiera come un monumento all’inciviltà.
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