Stiamo completando l’allestimento del negozio.
È un via vai di carrelli, scatoloni, bancali di prodotti ancora imballati. L’aria sa di vernice fresca e cartone, e ogni tanto qualche rumore metallico fa sobbalzare chiunque abbia ancora energie dopo dieci ore di lavoro.
Nonostante la scena sembri più un magazzino post-trasloco che un punto vendita, moltissime persone si fermano davanti alla porta a vetri. Spiano dentro, occhi curiosi, e immancabilmente arriva la domanda:
— “Ma siete già aperti?”
Ormai rispondiamo quasi in coro, con la pazienza di monaci zen:
— “No, apriamo giovedì.”
Ci sta: da fuori vedono gente che va avanti e indietro, e magari pensano sia soft opening.
Sabato sera, però, succede il primo episodio degno di nota. La serranda è alzata a metà per far passare i carrelli. Siamo in pieno “Tetris degli scaffali” quando arrivano loro: una coppietta di anziani.
Lui col berretto e passo deciso, lei col cappottino ben abbottonato, entrano con una naturalezza disarmante.
— “Buonasera!” faccio io, con il sorriso gentile ma fermo. “Mi dispiace, siamo ancora chiusi. Apriamo giovedì.”
— “Ah, ho capito.” dice lei, con un cenno della testa.
I due fanno dietrofront. Io torno alle mie mansioni, convinto che la cosa finisca lì.
Ma pochi istanti dopo, sento il direttore alzare la voce, con quella cadenza che mischia educazione e tono da guardia giurata:
— “Signori… signori… di qua, per favore.”
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