Mi autodenuncio.
Poco fa, non sapendo cosa mangiare per cena — e già lì partiamo male, perché quando arrivo a quell’ora con lo stomaco vuoto e zero idee so già che prenderò decisioni discutibili — sono andato in un localino della mia città per acquistare un poke da asporto (per chi non sapesse cos’è, è una bowl di riso accompagnata da pesce crudo o cotto e da contorni, salse e spezie varie, tipico delle Hawaii, insomma una roba che sembra sana finché non inizi a metterci sopra qualsiasi cosa).
Entro. Climatizzatore a palla, profumo di riso e salsa di soia nell’aria, due ragazzi dietro al bancone che si muovono con quella sicurezza di chi sa esattamente cosa sta facendo. Io no. Io sono lì in modalità “vediamo come va”.
Mi avvicino e chiedo un poke da portare via, cercando di sembrare una persona normale, una di quelle che sa ordinare senza complicazioni. Il ragazzo al bancone mi guarda, annuisce e mi dice:
“Si guarda, lì dietro c’è il foglietto da compilare, segna pure tutto e poi consegnalo pure a me”.
Semplice. Lineare. A prova di essere umano funzionante.
Mi giro.
Sul tavolino dietro di me vedo un block notes e, accanto, dei foglietti stampati con ingredienti e caselle da barrare. Due oggetti. Due possibilità. Una sola scelta giusta.
Il mio cervello, probabilmente per il caldo, probabilmente per la fame, probabilmente perché ogni tanto decide di prendersi una pausa non retribuita, va in tilt.
Scelgo il block notes.
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