Situazione uno: cliente mai visto prima.
“Buongiorno, prego mi dica.”
“Fammi un caffè, e VEDI di farlo buono.”
“Uh. Meno male che l’ha specificato, se no avrei provveduto a farlo cattivo. Sa’, mi tengono qui solo perché son di bella presenza.”
(sorriso innocente)
Lui mi guarda un secondo in silenzio. Quel silenzio tipico da cliente che sta decidendo se offendersi, ridere o denunciare il bar ai carabinieri.
Poi sbuffa dal naso.
Ride.
“Eh no, allora adesso dev’essere davvero buono.”
“Adesso c’è pressione psicologica. Le mani iniziano a tremare.”
Prendo la tazzina con la serietà di un cardiochirurgo.
Macino il caffè.
Pressino.
Aggancio il portafiltro come se stessi chiudendo il portellone di un sottomarino nucleare.
Nel frattempo lui osserva tutta la scena appoggiato al bancone.
“Comunque si vede che sei simpatica.”
“Grazie. È la tecnica principale per sopravvivere al turno della mattina.”
Esce il caffè perfetto, crema nocciola, bello lucido. Lo appoggio davanti a lui con delicatezza.
“Ecco qua. Uno dei caffè più buoni che abbia mai fatto negli ultimi tre minuti.”
Lui assaggia. Fa la faccia seria da sommelier del caffè.
Annuisce lentamente.
“Buono davvero.”
“Menomale. Perché il piano B era piangere.”
Da quel giorno ogni tanto torna.
Sempre con la stessa frase:
“Fammi un caffè buono.”
E ogni volta io:
“Guardi, oggi faccio solo quelli mediocri.”