Oggi mio figlio mi ha fatto fare una mega figuraccia.

Era in macchina con me, giornata tranquilla, una di quelle in cui devi solo fare una cosa al volo e poi tornare a casa. Mi fermo davanti al centro estetico, giusto cinque minuti — “entro, prendo appuntamento e torno subito”, la classica bugia che dici a te stessa per sentirti efficiente.

Lui resta in macchina, bello sereno, con il mio cellulare in mano, immerso nel suo mondo fatto di giochi, video e tocchi a caso sullo schermo. Io scendo, entro nel negozio, scambio due parole, prendo l’appuntamento. Tutto liscio. Nessun segnale che il destino stia preparando qualcosa.

Esco. Torno in macchina.

Appena apro la portiera, lui mi guarda con quell’aria soddisfatta di chi ha fatto una cosa importante.

“Ma’, è arrivata una telefonata per te.”

Io, ingenua:
“Ah sì? Chi era?”

“Non lo so… mi parlava di una casa…”

Già qui qualcosa si incrina. Una telefonata. Risposta da lui. Conversazione con uno sconosciuto. Il mio cervello inizia a ricostruire scenari.

“E cosa hai detto?”

Lui, tranquillo, senza il minimo sospetto di aver fatto qualcosa di strano:
“Gli ho detto che eri entrata nel negozio e che eri dentro.”