Qualche anno fa. Negozio di make-up.
Arriva un uomo sulla cinquantina insieme al figlio. Si capiva abbastanza chiaramente che la moglie lo aveva mandato a comprare un prodotto preciso e che lui non vedeva l’ora di completare la missione e tornare a casa.
Arriviamo in cassa.
“Sono 9,90 euro.”
Mi dà 10 euro. Apro la cassa e mi accorgo di avere un’unica moneta da 10 centesimi, mentre sono piena di quelle da 20.
“Ha per caso 10 centesimi? Così lei mi dà 10,10 e io le restituisco 20 centesimi.”
Mi guarda.
“Perché?”
“Perché ho finito quasi tutti i 10 centesimi.”
Lui guarda il prezzo.
“Ma costa 9,90!”
“Sì.”
“Ma così lo pago 10 euro!”
“No. Lei mi dà 10,10 e io le restituisco 20 centesimi. Alla fine ha pagato 9,90.”
Niente. Parte una filippica sul fatto che i prezzi sono sbagliati, che imbrogliamo la gente e che facendo così, a forza di dieci centesimi, probabilmente a fine giornata ci mettiamo in tasca miliardi.
Il figlio nel frattempo è diventato rosso e guarda qualsiasi cosa pur di non incrociare gli occhi del padre.
Alla fine rinuncio alla spiegazione, prendo l’ultima monetina da 10 centesimi dalla cassa e gliela metto sul bancone.
“GRAZIE E ARRIVEDERCI.”
Il figlio, credo, avrebbe voluto sparire direttamente sotto il pavimento.
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