Lavoravo in una gioielleria del centro, in una città italiana molto frequentata dai turisti, quando entrò un uomo che sembrava appena sceso da una nave da crociera: camicia hawaiana aperta sul collo, bermuda di un colore indefinibile, infradito e il segno degli occhiali da sole sulla faccia completamente arrossata.

Lo ammetto, guardandolo non avrei immaginato che volesse acquistare uno dei pezzi più costosi esposti in vetrina. Pensavo cercasse un souvenir, magari un ciondolo d’argento o qualcosa da poche centinaia di euro.

Lui, invece, indicò un bracciale di oro bianco e diamanti.

“Vorrei vedere quello. Sto cercando un regalo per my baby.”

Parlava un italiano abbastanza buono, ma ogni tanto inseriva qualche parola in inglese. Nel mio cervello, in quel momento, my baby diventò automaticamente sua figlia.

Presi il bracciale e lo accompagnai nella saletta interna, dove mostravamo i gioielli più importanti. Cominciai a spiegargli la caratura dei diamanti, la montatura e il certificato che accompagnava il pezzo. Soprattutto, cercai di fargli capire con molta chiarezza che non si trattava di bigiotteria: il cartellino mostrava un prezzo a 4 cifre.

Lui lo osservò sotto la luce, lo girò 2 volte tra le dita e sorrise.

“È molto bello. My baby lo amerà. Me lo mette in un astuccio?”

A quel punto, nella mia ricostruzione mentale, la figlioletta scomparve e arrivò una fidanzata. Prima di preparare il pacchetto ripetei il prezzo completo, scandendo bene ogni cifra, perché volevo evitare la scena del cliente che scopre l’importo soltanto davanti al POS.

“Sì, va benissimo.”

Tirò fuori la carta, pagò al primo tentativo e uscì con il suo astuccio, felice come un bambino.

Rimasi per qualche minuto a pensare che avevo appena ricevuto una bella lezione: non si giudica mai il potere d’acquisto di una persona dalla camicia hawaiana e dalle infradito.

Qualche giorno dopo tornò.