Bar della piazza.
Quello storico. Quello dove tutti passano, sempre.
Quello dove, se manchi un giorno, qualcuno chiede se stai bene o se “hai cambiato gestione”.

C’è il solito gruppo di ragazzini.
Gli stessi.
Ogni santo giorno.
Mattina, pomeriggio e, con la bella stagione, anche la sera, quando si sentono improvvisamente adulti perché bevono la bibita seduti e non più sul muretto.

Io prendo le ordinazioni, uno a uno.
Li conosco a memoria, so già chi vuole cosa, chi cambierà idea tre volte, chi chiederà “solo acqua” e poi si presenterà con patatine, toast e gelato.

Arrivo a LUI.
Il mio preferito.
Quello che vive ogni consumazione come una trattativa sindacale.

“Per me una granita piccola.”

“Mi spiace,” rispondo con tono neutro, “ma non è ancora arrivata la macchina delle granite.”