Il nostro bar non è enorme: tra il bancone e l’ingresso ci saranno 2 metri, forse qualcosa in più se nessuno lascia le sedie storte. Quando entrano 3 persone insieme, insomma, bisogna già collaborare un minimo per non passarsi il cappuccino sopra la testa.
Una mattina arriva un uomo con un pastore maremmano libero, senza guinzaglio. Il cane è bellissimo, enorme e piazzato lungo quasi tutto il bancone. Io adoro gli animali e sarei rimasta volentieri ad accarezzarlo, ma uno degli altri clienti si blocca vicino alla porta. Guarda il cane, poi guarda me, e non trova il coraggio di avvicinarsi per ordinare.
Chiedo al proprietario con tutta la calma possibile:
“Mi scusi, potrebbe tenerlo al guinzaglio? Il locale è stretto e quel signore non riesce a raggiungere il banco.”
“Tu come ti permetti? Il cane è mio e decido io come portarlo in giro. Questo è un locale pubblico, ha tutto il diritto di stare qui.”
Gli spiego che nessuno sta cacciando il cane, gli sto soltanto chiedendo di controllarlo e lasciare libero il passaggio.
“Il mio cucciolo è buonissimo. Se gli altri hanno paura, non me ne frega niente, problema loro.”
Cucciolo, sì. Un cucciolo che, messo in piedi, probabilmente avrebbe potuto servire i caffè al posto mio.
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