Da un paio di mesi, una volta a settimana, abbiamo questo ragazzo che viene a fare esperienza lavorativa. Ha quasi 18 anni — dettaglio fondamentale, perché non stiamo parlando di un bambino sperduto in gita scolastica, ma di una persona che, teoricamente, dovrebbe già sapere che il cibo non nasce sugli alberi… e nemmeno sulle mani.
Fino a oggi aveva sempre aperto il chiosco insieme a noi, sotto supervisione. Le solite cose: preparare il popcorn, sistemare le bibite, controllare che tutto fosse pulito. Sempre guidato, sempre seguito, sempre con qualcuno a fargli da ombra, come si fa quando non vuoi sorprese.
Questa mattina, però, chiede:
“Posso aprire io il chiosco da solo?”
Io e il mio collega ci guardiamo. In fondo non è una richiesta assurda: sono mesi che viene, le procedure le ha viste mille volte, e noi dovevamo sistemare una consegna piuttosto grossa appena arrivata. Così diciamo di sì. Fiducia. Quella cosa che ogni tanto provi ancora a concedere all’umanità.
Lui va al chiosco.
Noi iniziamo a sistemare le scatole.
Tutto tranquillo.
Poi, con la coda dell’occhio, vedo qualcosa.
Un movimento strano.
Un gesto che non torna.
Mi giro.
E quello che vedo, signori miei…
quello che vedo mi toglie dieci anni di vita.
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