Per due anni ho lavorato come promoter per una marca di macchine da caffè a capsule. Il mio compito era semplice: far assaggiare il caffè, spiegare il funzionamento della macchina e, possibilmente, venderne qualcuna.
Nella realtà ero diventata il bar gratuito del centro commerciale.
C’era quello che arrivava e chiedeva: “Un decaffeinato, grazie.”
Quello che lo voleva corto, quello lungo, quello che specificava perfino: “Però bello caldo.”
Ogni tanto compariva il simpaticone che chiamava gli amici agitando una mano.
“Venite, ragazzi, oggi il caffè ve lo offro io!”
“Veramente ve lo sto offrendo io”, rispondevo sorridendo.
Non mi costava nulla e preferivo evitare discussioni. Preparavo il caffè, spiegavo due cose sulla macchina e pazienza se metà delle persone spariva prima ancora che finissi la frase.
Poi c’era lui.
Entrava tutte le mattine senza comprare niente. Faceva il suo giro tra i reparti, arrivava davanti alla postazione e aspettava il caffè con la naturalezza di chi aveva sottoscritto un abbonamento.
“Buongiorno, signorina. Il solito.”
Il solito non esisteva, ma ormai avevo capito.
Gli preparavo il caffè, lui lo beveva, commentava qualcosa sul tempo e ripartiva. A volte tornava anche nel pomeriggio.
7 Agosto, 2022 alle 6:14 pm
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