Lavoro in un centro commerciale e quella sera avevo finito tardi.

Era stata una di quelle giornate in cui, arrivato all’orario di chiusura, non hai più voglia di parlare con nessuno.

Sistemo le ultime cose, controllo le porte, spengo quello che c’è da spegnere e inserisco l’allarme.

Finalmente fuori.

Sto andando verso la macchina quando vedo arrivare un uomo sulla quarantina praticamente di corsa. Ha il telefono in mano e l’aria di chi ha appena scoperto un’emergenza che può essere risolta soltanto da te.

“Scusate! Lavorate qui?”

“Sì.”

Gli si illumina la faccia.

“Meno male. Devo ritirare un pacco dall’Amazon Locker.”

Nel centro commerciale c’è uno di quegli armadietti automatici dove si possono ritirare o restituire i pacchi senza passare da uno sportello.

Il problema è che si trova all’interno e io avevo appena chiuso tutto.

“Mi dispiace, ma ormai siamo chiusi. Ho già inserito l’allarme e non posso farla entrare.”

Lui guarda prima me, poi l’ingresso.

“La prego, il pacco è molto urgente. Non può fare qualcosa? Ci metto un attimo.”

Non sembrava arrogante e nemmeno uno di quelli convinti che l’orario di chiusura sia soltanto un suggerimento. Sembrava davvero abbattuto.

Così faccio quello che, dopo una giornata del genere, non avrei dovuto fare: mi impietosisco.

Chiamo la centrale, spiego la situazione e chiedo di disattivare temporaneamente l’allarme.

“Va bene, venga. Però facciamo in fretta.”

“Grazie, davvero. Mi salva.”

Riapro, lo accompagno fino al Locker e resto lì ad aspettare.

Lui si mette davanti all’armadietto e lo guarda.

Poi guarda il telefono.

Poi di nuovo l’armadietto.

“Scusi… come si apre?”

“Deve inserire il codice che ha ricevuto.”

Mi guarda come se avessi appena aggiunto un dettaglio mai previsto.