È una serata molto affollata nel ristorante-pizzeria in cui lavoro. Siamo in una località turistica, tutti i tavoli sono occupati e all’ingresso ci sono già alcune persone in attesa.

Arriva una famiglia composta da marito, moglie e figli. La signora si avvicina e chiede se possiamo farli accomodare.

“Al momento siamo pieni, signora. Bisogna aspettare un quarto d’ora.”

Lei scuote immediatamente la testa.

“Ah, no! Noi non possiamo aspettare un quarto d’ora.”

Non ci sono tavoli nascosti da tirare fuori per le emergenze e quelli occupati non posso certo liberarli con la forza. Guardo la sala e provo a darle un’indicazione più precisa.

“Signora, si tratta soltanto di 15 minuti.”

La cliente cambia completamente espressione.

“Ah, be’, allora sì. 15 minuti possiamo aspettare.”

“Perfetto.”

La famiglia si ferma all’ingresso e, trascorsi i famosi 15 minuti, riusciamo a preparare il loro tavolo. La signora si accomoda soddisfatta, probabilmente ancora convinta di avere evitato l’insostenibile attesa di un quarto d’ora.

A volte il problema non è quanto bisogna aspettare; è l’unità di misura.

Buon lavoro, lavoratori coraggiosI