Avevo impiegato mesi a decidermi, non perché avessi dubbi sul disegno, ma perché quel tatuaggio per me non era un tatuaggio qualunque.

Era identico a quello che mio padre portava sull’avambraccio da quando ero bambino. Dopo la sua scomparsa avevo recuperato diverse fotografie, cercando quella in cui si vedesse meglio, e per fortuna ne avevo trovata una scattata molto da vicino. Il disegno era perfettamente riconoscibile, senza parti coperte o sfocate.

Volevo riprodurlo nello stesso punto, con le stesse dimensioni e senza modificare nulla.

Mi ero rivolto a un grande studio di Milano, uno di quelli con diverse postazioni e 4 tatuatori che lavoravano contemporaneamente, ciascuno con il proprio stile. Avevo letto le recensioni, guardato i loro lavori e fissato un incontro portando la fotografia in primo piano.

Durante il colloquio ero stato molto chiaro.

“Non voglio una reinterpretazione. Deve essere identico a questo.”

Il tatuatore aveva studiato l’immagine, preparato il disegno e poi mi aveva mostrato lo stencil. L’avevo controllato, ma evidentemente non abbastanza bene. Il risultato finale mi era sembrato perfetto: stessa forma, stesse proporzioni, stesso punto del braccio.

Appena tornato a casa avevo mandato una fotografia a mia madre. Mi aveva risposto che era davvero uguale a quello di papà e che, da lassù, probabilmente sarebbe stato contento di vedermelo addosso.

Qualche settimana dopo sono andato a trovarla. Dal vivo ha voluto osservarlo meglio, prendendomi il braccio e avvicinandolo alla luce.

Conosceva quel simbolo da una vita e inizialmente si è anche commossa, poi ha stretto gli occhi e mi ha chiesto:

“Ma chi è AT?”

Pensavo avesse capito male qualcosa.

“Chi sarebbe AT?”

Ha indicato 2 piccoli tratti nascosti tra le linee del disegno. Guardandoli con attenzione si vedevano chiaramente 2 iniziali. Erano incorporate bene, tanto che io non le avevo mai notate, ma il tatuatore si chiamava Andrea T.

Ho aperto immediatamente sul telefono la fotografia originale di mio padre e l’abbiamo confrontata con il mio braccio. Quelle lettere non c’erano. Non erano un dettaglio poco visibile dell’immagine e nemmeno una parte del disegno che avevamo interpretato male: erano state aggiunte.

Ho scattato diverse fotografie ravvicinate e le ho inviate al tatuatore.

“Queste iniziali le hai messe tu?”

“Sì, sono la mia firma.”

“Perché hai inserito la tua firma nel tatuaggio di mio padre?”