Inizio settimana. Uno di quei lunedì in cui tutti sembrano aver deciso di fare la spesa nello stesso momento. Sono in coda alla cassa di un noto discount, con il mio bottino minimalista: due yogurt, un pacco di pasta, un barattolo di pelati e un sacchetto di insalata che probabilmente dimenticherò in frigo fino alla sua naturale decomposizione.
Metto tutto sul nastro con la serenità di chi sa che nel giro di trenta secondi pagherà e se ne andrà.
Dietro di me arriva lei.
Mascherina di garza, guanti in lattice, sguardo concentrato. Spinge un carrello talmente pieno che sembra abbia deciso di prepararsi per l’inverno nucleare. Barattoli, scatolame, pacchi di riso, legumi secchi, tonno, biscotti sigillati, latte UHT, conserve di ogni genere. Roba che se chiudono il supermercato per sei mesi lei probabilmente riesce comunque a invitare gente a cena.
Mentre osservo quella piramide alimentare su ruote, arriva anche il marito.
Mascherina con filtro professionale, occhiali protettivi tipo laboratorio chimico e un’espressione grave, da uomo in missione. Tra le mani tiene qualcosa che all’inizio non capisco bene.
Poi realizzo.
Sta portando una quantità industriale di boccette di gel disinfettante. Quelle piccole da borsetta, formato “da viaggio”. Le tiene tutte insieme come un giocoliere tristissimo che ha perso il circo ma non il numero.
Saranno state venti. Forse di più.
Le appoggia con cura sul nastro, una dopo l’altra. Tac. Tac. Tac.
La moglie lo guarda con un sopracciglio alzato, chiaramente preoccupata che la scorta non sia sufficiente per affrontare l’apocalisse batteriologica che evidentemente immaginano si annidi tra gli scaffali del discount.
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