Nella nostra quotidianità tutti siamo abituati a vedere le stesse cose, specialmente in quello lavorativo. Poi chi ha un ambiente più colorato e chi meno, ma alla fine sono i particolari che fanno la differenza. Dal momento che il tuo ambiente di lavoro è uno di quelli che ne vedi di gente, tanta, com’è un supermercato, che riguarda anche la storia sotto. La diversità dei caratteri di tutti i personaggi e cosi ampia che sto pensando di scrivere un romanzo usando questi caratteri, sarebbe sicuramente un libro ricco di dettagli e anche interessante.

Però, eh c’è sempre il però! Ci sono dei cliente che sembra come se ce l’avessero col mondo intero, quando interagisci anche per cose di poca importanza, come di seguito:

 

Supermercato.

 

Sono appoggiato alla porta del magazzino, lato esterno, che osservo incuriosito una cliente di mezza età mentre si accinge a legare la catena della sua bicicletta, con bicicletta annessa, al carrellino che utilizziamo per caricare la merce.

La temperatura è piuttosto bassa, intorno ai 4 gradi, e i miei occhi laser che puntano la sua carotide immagino le provochino un certo bruciore cutaneo, forse per questo motivo si accorge della mia presenza.

Scocciata per l’impresa di “incatenamento” che va oltre le proprie capacità, alza gli occhi e mi gracchia sulla faccia “LA LEGO QUA CHE TANTO NON LE SERVE VERO?!”, nel magazzino i bancali zeppi di scatoloni si fanno una risata.

“Be’, mi dispiace per la sua bicicletta ma quel carrello lo devo usare per caricare gli scaffali… Quindi sì, mi serve…”, le rispondo fingendo una cortesia estrema.

Ancora più scocciata e arrogante sbuffa e inarca le sopracciglia, solleva le braccia in aria, poi le abbassa e le risolleva a mo’ di cavatappi, ritmando una lamentela che mi provoca un inizio di ulcera da stress.

“Ma allora dove la lego? Lo vede che è nuova? Bla bla bla… ladri… bla bla… rubate 5 bici…. Come faccio? Bla bla è di marca…” e così via finché non si accorge del mio indice puntato in direzione del tubo di metallo, parte della struttura che regge la tettoia per i carrelli dei clienti, esattamente e due metri da lei.

Alla vista del sicuro ancoraggio per la bicicletta, la cliente si illumina in volto e inizia di nuovo l’impresa titanica dell’incaprettatura: avvolge la catena al palo, la passa sotto la sella, tira, sfila, cade il lucchetto, impreca, si ammanetta ai carrelli, chiede aiuto ai Vu’ Cumprà che fingono di non vederla, lega il paraurti di una Panda al celeberrimo palo e la preziosa bicicletta allo Yorkshire di un bambina, e così via… Quasi subito vengo chiamato al microfono per un problema alla barriera casse e mi defilo in negozio portando con me il carrello.

Il pomeriggio mi allieta con la solita cliente vecchiarda, eccellenza nel savoir-faire, che mi sbraita dal fondo della corsia ordini secchi così come in un alpeggio il pastore metterebbe ordine fra le pecore, “EHI TU! VIENI UN PO’ QUA! EHI! NON SI CAPISCE NIENTE… CI FREGATE SEMPRE!”, finché, come vuole la prassi, la delicata damigella non concluda il richiamo alpestre con una serie di fischi… si si, proprio fischi!… ed io non risponda alla capraia con un ruggito mettendo bene in chiaro che con il fischio ci chiama i suoi cani o i suoi famigliari…

Ma intanto la maledetta è così, fra qualche giorno la scena si ripeterà e lo sfortunato di turno dovrà combattere la sua arroganza senza fine.

Ecco che arriva la cliente MacGyver al tornello di entrata, quella della bicicletta: viso provato e mani stigmatizzate, aria fiera di sé e questo mi lascia intendere che sia riuscita nell’impresa.

A ruota un branco di bikers la blocca e la prega in ginocchio di liberare le loro quattordici Harley dalla morsa della sua catena, il gruppetto con la MacGyver in testa esce nuovamente e il vociare degli energumeni pare piuttosto severo ma molto composto.

In serata le casse automatiche mi regalano altre emozioni, quelle sono una vera miniera d’oro per chi nota l’ironia dei particolari come me!