Lavoro in un ufficio postale di Parma quando arriva allo sportello una ragazza sulla trentina con qualcosa che, almeno in teoria, dovrebbe essere una lettera.
“Buongiorno, devo fare una spedizione. Come posso sapere se la ricevono?”
“Può utilizzare una spedizione tracciata oppure compilare la ricevuta di ritorno.”
“E quanto costa? Mi faccia pagare poco, eh!”
“Il prezzo non lo decido io e dipende anche dal peso. Che cosa deve spedire?”
Mi mostra la sua creazione: un cartoncino ondulato grande quasi come un foglio A4, aperto sui lati e tenuto chiuso da uno spago. Sopra ha applicato diversi fiori secchi. È molto bello, questo bisogna riconoscerlo, ma sembra costruito apposta per restare impigliato nel primo macchinario incontrato.
“Così non credo che possa viaggiare. È aperto lateralmente, lo spago potrebbe impigliarsi e i fiori rischiano di staccarsi. Le consiglio di inserirlo in una busta di carta.”
“No, deve rimanere visibile. Quando la persona lo riceve, voglio che lo veda subito.”
“Capisco, ma la corrispondenza viene trasportata insieme ad altra posta. Potrebbe almeno proteggerlo con una busta trasparente.”
“Assolutamente no. Sono contraria alla plastica. Non può dire al postino di fare attenzione?”
Le spiego che non conosco il postino che effettuerà la consegna e che la lettera passerà attraverso il centro di smistamento prima di raggiungere la destinazione.
“Il centro di smistamento? Dove la mandate?”
“A Bologna, poi verrà inoltrata all’indirizzo indicato.”
La ragazza sembra improvvisamente allarmata.
“Ma io devo spedirla alla mia vicina di casa! Non deve andare a Bologna.”
Cerco di chiarirle che non posso consegnarla personalmente al postino del quartiere e che il percorso della corrispondenza non cambia soltanto perché la destinataria abita nello stesso palazzo.
Lascia un commento