La nostra enoteca si è trasferita nel locale accanto, all’interno dello stesso stabile. Fino a pochi mesi prima quello spazio ospitava un ristorante che avevamo dato in gestione, poi rimasto vuoto.
Il vecchio negozio e quello nuovo sono letteralmente separati da una porta. Sull’ingresso precedente abbiamo affisso un cartello abbastanza grande che spiega il trasferimento e indica chiaramente di rivolgersi accanto.
Un giorno entra un uomo, mi guarda con sospetto e parte subito all’attacco.
“Ci fate gli abbocchi, eh!”
“In che senso?”
Non risponde alla domanda.
“Volevo comprare il vino, ma di là non c’è nessuno. Viene lei?”
“Guardi che ci siamo trasferiti. Adesso il vino può comprarlo direttamente qui.”
Lui si volta verso gli scaffali, vede le stesse bottiglie, lo stesso arredamento e perfino il materiale promozionale dell’enoteca. Non basta.
“Ma io il vino lo compravo da quelli di là. Voi mi fate lo stesso prezzo?”
“Certo, perché siamo sempre noi. Abbiamo cambiato soltanto locale.”
“Però io lei non l’ho mai vista.”
Lavoro lì da 6 anni.
“Può darsi che non ci siamo mai incrociati, ma l’attività è la stessa.”
Estrae la tessera fedeltà.
“E questa me la timbrate anche voi?”
“Certo. Siamo sempre noi.”
Comincio a perdere la speranza.
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