Durante il periodo delle restrizioni lavoravo nel bar-ristorante interno a un albergo. Il locale aveva due ingressi: uno collegato direttamente alla hall e uno affacciato sulla piazza. In tempi normali potevamo servire anche clienti esterni, ma in quel periodo la ristorazione dell’hotel era riservata esclusivamente alle persone che pernottavano nella struttura.

Lo avevamo scritto anche sul cartello vicino all’ingresso, tra l’obbligo della mascherina, il gel per le mani e tutte le altre indicazioni che ormai occupavano mezza porta.

Quel pomeriggio faceva un caldo assurdo. Avevo lasciato aperto l’ingresso sulla piazza per far circolare un po’ d’aria e avere più luce nel locale. Arrivò una coppia, guardò dentro e, senza salutare né chiedere se fossimo aperti al pubblico, entrò e si sistemò a un tavolo.

Presi i menù, ma prima di avvicinarmi domandai:

“Siete ospiti dell’albergo?”

Si guardarono per un istante.

“No. Perché?”

Spiegai che, a causa delle restrizioni in vigore, potevamo servire soltanto i clienti che alloggiavano in hotel.

“Ma da quando non si può entrare? Noi veniamo sempre qui.”

“Normalmente sì, ma in questo periodo le disposizioni consentono il servizio soltanto agli ospiti della struttura.”

La signora indicò la porta spalancata.

“E allora perché tenete aperto? Se la porta è aperta significa che si può entrare.”

Provai a spiegarle che era aperta perché faceva caldo, non perché avessimo deciso di abolire personalmente le restrizioni nazionali. Il marito, nel frattempo, aveva già preso in mano il menù.

“Ma noi vogliamo soltanto fare un aperitivo. Due calici di vino, mica una cena.”

“Non cambia, purtroppo non posso servirvi.”

Lui si alzò e guardò verso la reception.

“Va bene, allora quanto costa una camera?”

La collega gli disse che quella sera la tariffa più economica disponibile era di circa settanta euro. Tornò verso di me con l’aria di chi aveva appena scoperto una truffa organizzata ai suoi danni.

“Quindi per bere un calice di vino dovrei pagare anche settanta euro di camera?”

“No. Dovrebbe prendere una camera se desidera pernottare. Il vino è un’altra cosa.”

“È inaccettabile. Io vi denuncio!”

A quel punto non sapevo più come spiegargli che non avevamo inventato noi quella regola per vendere camere insieme agli aperitivi.

“Va bene, provi pure. Vediamo cosa le dicono i carabinieri.”

Uscirono indignati, continuando a ripetere che una porta aperta non poteva condurre a un locale chiuso al pubblico. Io richiusi l’ingresso sulla piazza e rimasi per il resto del turno con meno aria, meno luce e una nuova certezza: durante le restrizioni non bastava appendere un cartello, bisognava anche sperare che qualcuno lo leggesse.