Lavoro in una cartolibreria da diversi anni.
Settembre, inutile dirlo, è il nostro personale Black Friday, solo che dura un mese intero e non c’è musica allegra, solo mamme stanche, padri in preda al panico e liste di libri scritte con la grafia di un medico dopo dieci caffè.

In questi giorni, se sopravvivi al caos dei codici ISBN, delle copertine diverse per lo stesso libro, e dei “questo lo prendo, ma se poi cambia me lo riprendete?”, puoi sopravvivere a tutto.

Quel giorno entra una signora, faccia scura, passo deciso, tono da interrogatorio militare.
Appena varca la porta fa:
«Scusate, ma io voglio parlare con qualcuno. Ho comprato da voi un libro nuovo e mi avete rifilato un usato.»

Già lì capisco che non sarà una conversazione breve.
Prendiamo il libro in questione, lo apriamo, lo sfogliamo con attenzione maniacale: pagine perfette, nessuna piega, nessuna scritta, copertina immacolata. Niente che faccia pensare a un libro usato.

Le chiediamo gentilmente quale fosse il problema.