Mi chiamo Maila e ho 45 anni.
Lavoro in questo supermercato da 23.
Ho visto crescere bambini che ora portano i loro figli a fare la spesa, ho visto cambiare tre volte la disposizione degli scaffali, ho visto chiudere il bar di fronte e aprirne un altro identico due porte più in là.
E ho visto, quasi ogni giorno, arrivare loro due.
Lei piccola, sempre con il cappotto chiuso fino al collo anche a maggio. Lui un passo dietro, con le mani incrociate dietro la schiena, come se stesse facendo una passeggiata e non la spesa.
Compravano poco. Il pane, qualcosa per la cena, a volte un giornale.
Ma si fermavano sempre alla cassa più del necessario, perché lei, prima di pagare, tirava fuori dalla tasca del cappotto delle caramelle sfuse, quelle alla menta e ne dava una o due alla cassiera di turno.
“Per la dolcezza” diceva. Sempre la stessa frase. “Il mondo ne ha bisogno.”
Lui sorrideva e basta. Non parlava molto, lui.
Ma la guardava mentre lo diceva, ogni volta, come se fosse la prima volta che lo sentiva.
Erano una di quelle coppie che fanno bene solo a guardarle. Non si capisce mai cosa tenga insieme due persone per una vita intera, ma con loro si capiva.
Si capiva dal modo in cui lui le sistemava la sciarpa prima di uscire, dal modo in cui lei gli teneva il sacchetto più leggero “perché tu hai la spalla che fa male”.
Un giovedì di settembre è arrivato lui.
Da solo.
Non ci ho pensato più di tanto, all’inizio. Magari lei era a casa con un’influenza, magari era andata dal medico.
Ha comprato le solite cose, il pane, due yogurt, una confezione di fazzoletti. Mentre gli passavo gli articoli ho chiesto, quasi per abitudine, senza pensarci:
“Come sta la sua signora? Oggi non è con lei?”
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