Ragazzi,

oggi niente interrogazioni. Niente date da ricordare, né analisi logiche da sviscerare. Oggi parliamo, così, tra noi. Come se fossimo seduti in cerchio, senza cattedra in mezzo, né registri a far da muro.

Vorrei raccontarvi un po’ com’era negli anni ’70. Non la storia ufficiale, quella dei libri e dei telegiornali. Quella la conoscete, o la studierete. Io voglio parlarvi dell’altro lato, quello che non finisce nei programmi scolastici.

Negli anni ’70 tutto era più lento. E no, non sto idealizzando. Era proprio così. Per ascoltare una canzone che ti faceva battere il cuore, dovevi aspettare che la passassero in radio. E magari premere “rec” sul registratore al momento giusto. Le foto? Si scattavano, si portavano a sviluppare, e una settimana dopo – forse – le tenevi in mano. E se volevi vedere qualcuno, andavi sotto casa sua. Suonavi. Speravi scendesse.

Non c’erano vocali, né doppie spunte blu. C’erano le attese vere. E nelle attese, si imparava a desiderare.

Eravamo più ingenui, certo. Ma anche più… presenti. Più nudi. Se sbagliavi, si vedeva. Non potevi correggere con un messaggio dell’ultimo minuto. E se ti innamoravi, ti tremavano le mani sul serio, mica solo lo schermo del telefono.

Avevamo le nostre paure – dei voti, dei genitori, dei silenzi. Ma anche un rispetto quasi sacro per chi sapeva qualcosa più di noi. Quando parlava un professore, si ascoltava. Magari con la testa fra le nuvole, ma con le orecchie ben aperte.