Ho lavorato una sola estate in un villaggio turistico all’estero e, a distanza di anni, credo di aver già visto abbastanza materiale umano per riempire una carriera intera.
Un pomeriggio, verso le quattro, arriva una signora sulla cinquantina, sempre impeccabile, di quelle che riescono a mantenere trucco, piega e collana coordinata anche dopo ore in spiaggia.
Mi raggiunge con passo deciso.
Non saluta, non spiega e non chiede; mi ordina semplicemente di seguirla.
Capisco subito che qualcosa non va e la seguo fino alla prima fila di ombrelloni.
Durante il tragitto continua a lamentarsi e a indicare una seconda signora seduta tranquillamente sul suo lettino.
Quando arriviamo, le chiedo:
“Mi scusi, questo è il suo ombrellone?”
“Certo, sono qui dalle sette di stamattina.”
La tizia inferocita interviene immediatamente.
“Sì, ma stamattina sotto il suo ombrellone c’era l’ombra del suo ombrellone.”
Io ascolto.
“Ora invece c’è l’ombra del mio. Quindi si deve spostare.”
Silenzio.
Per qualche secondo ho davvero cercato di capire se stessi fraintendendo qualcosa.
No. Avevo capito benissimo.
La signora stava reclamando la proprietà esclusiva di una porzione d’ombra.
Cerco di spiegare con calma:
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