ho fatto dai 21 ai 28 anni l’autista privata.
ore 6 del mattino.
mi presento in divisa, giacca scura ben stirata e cravatta annodata con cura. in mano ho il cartello con i nomi delle persone che devo accompagnare presso una ditta nostra cliente. l’aeroporto a quell’ora ha un’aria sospesa: luci fredde, odore di caffè appena fatto, trolley che scorrono veloci sul pavimento lucido.
per essere lì alle 6 mi sono alzata alle 4. e ovviamente non sono andata a letto alle 8 la sera prima, perché il nostro lavoro non prevede orari normali. una sera rientri a mezzanotte, la mattina dopo suona la sveglia quando fuori è ancora buio pesto. impari a vivere di sonnellini, di adrenalina e di senso del dovere.
mi posiziono davanti alla porta degli arrivi, ben visibile, con il cartello in mano e la schiena dritta. escono pochissime persone. nessuno si ferma da me. ogni volta che si aprono le porte automatiche alzo leggermente il cartello, incrocio sguardi, sorrido. niente.
passano i minuti. controllo il tabellone. il volo risulta atterrato. provo a chiamare i numeri che mi hanno fornito, ma nessuno risponde. il telefono squilla a vuoto. aspetto ancora. cerco di non mostrare nervosismo, ma dentro inizio a sentire quella tensione che conosce bene chi lavora con i clienti: la paura di aver sbagliato qualcosa, anche quando sai di aver fatto tutto correttamente.
aspetto che la ditta apra per poterli contattare direttamente.
ore 7:30.
finalmente la segretaria risponde. le spiego chi sono e perché sono lì. lei, con tono tranquillo, mi dice che i suoi ospiti sono arrivati in taxi e si è stupita di non avermi visto.
rimango in silenzio per un secondo. sento salire il sangue alle tempie. la ringrazio e chiudo la chiamata. salgo in macchina e mi dirigo subito presso il cliente per chiarire di persona. in questo lavoro la reputazione è tutto. non puoi permetterti che passi l’idea di un disservizio.
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