Per anni abbiamo lavorato insieme per una grande catena di mobili ed elettrodomestici, una di quelle che chi ha qualche anno sulle spalle ricorda benissimo e che, purtroppo, è diventata tristemente famosa per il suo improvviso e miserabile fallimento nel 2019.

Da un giorno all’altro ci siamo ritrovati tutti nella stessa situazione.

Persone che fino alla settimana prima parlavano di consegne, cucine componibili, divani e lavatrici si sono ritrovate a dover rifare il curriculum, cercare lavoro e reinventarsi una vita.

Paradossalmente è stato proprio quel disastro a tenerci uniti.

Quando lavori dieci, quindici o vent’anni con le stesse persone e poi affronti insieme una botta del genere, si crea un legame strano.

Per questo, anche se oggi facciamo mestieri diversi e viviamo in città diverse, una volta all’anno riusciamo ancora a organizzare un weekend insieme.

È diventata una specie di tradizione.

Quattro giorni tra ex colleghi, vecchi amici e reduci della stessa nave affondata.

Quest’anno eravamo in sei.

Domenica scorsa, al termine del nostro weekend eravamo nel parcheggio dell’albergo, e stavamo caricando le valigie sulle macchine quando uno del gruppo tira fuori il telefono.

“Ragazzi, prima di tornare a casa rispondete alle tre domande che ho scritto sul nostro gruppo.”

Apriamo WhatsApp e le domande erano:

“Novità sul matrimonio?”

“Novità sui figli?”

“Novità sul lavoro?”

Ci guardiamo in silenzio.

Poi uno fa: “Ma perché?”

Lui sospira.

A quel punto ci racconta che dopo il weekend dell’anno scorso era tornato a casa e sua moglie aveva iniziato a chiedergli aggiornamenti sugli altri.