Quattro o cinque mesi fa entra una cliente con la figlia.

Non risponde al saluto. Non risponde nemmeno al classico: “Ha bisogno?” che di solito è il minimo sindacale del vivere civile in un negozio.

Niente. Silenzio.

Si piazza lì, in mezzo, con quell’aria da “adesso ti faccio lavorare” e dopo qualche minuto mi fa:
“Deve provare dei giubbotti.”

Perfetto. Ci siamo.

Cominciamo il giro. Uno, due, tre, quattro… a un certo punto perdo il conto. Le faccio provare praticamente mezza parete: modelli più sportivi, più eleganti, imbottiti, leggeri, corti, lunghi.

Lei ogni volta guarda, storce il naso, commenta poco e male. La figlia invece poverina prova, si gira, si guarda allo specchio e ogni tanto prova pure a sorridere, ma capisco subito che lì decide tutto la madre.