Mattinata infrasettimanale d’estate, quella fascia oraria in cui fuori ci sono 34 gradi all’ombra, le cicale friniscono anche in città e in negozio si respira quell’aria da calma apparente che di solito dura giusto il tempo di dirlo.

Io e la mia collega siamo dietro al bancone, sistemando dei nuovi arrivi: biscotti a forma di osso, shampoo alla vaniglia per cani a pelo lungo, ciotole in bamboo e, poco più in là, un’esposizione carina carina — curata da noi, con tanto amore e perfezionismo — con una torta per cani posata su una alzatina di cristallo, tipo quelle che si usano per i cupcake da matrimonio. Una di quelle cose che ti fa pensare: “Che bello, anche Fufi avrà il suo compleanno Instagrammabile.”

Nel silenzio quasi ovattato del condizionatore, entrano loro: una madre e sua figlia di massimo sei anni, con l’energia combinata di un concerto punk e un allarme antincendio.

Zero saluto, zero contatto visivo, nemmeno uno di quegli sguardi rapidi tipo “ciao-ciao-non-t’ho-visto”. Niente.
Entrano come se fossero in salotto loro, la madre incollata al telefono, la bambina che strilla come una cornacchia in fase REM.

Nel giro di 30 secondi netti, e senza che nessuna di noi abbia fatto in tempo a dire “Buongior—”, sentiamo un crash che gela il sangue anche ai croccantini.