Periodo della festività dei Santi. Il negozio è pieno come un uovo, gente che entra ed esce senza sosta, l’odore dei fiori che ormai ti rimane addosso anche quando torni a casa. E soprattutto crisantemi. Crisantemi ovunque. Bianchi, gialli, viola, piccoli, grandi, in vaso, in mazzo. Una distesa di crisantemi che sembra quasi un campo coltivato.

In quei giorni il ritmo è sempre lo stesso: gente che entra, prende i fiori per il cimitero, paga e scappa via perché fuori c’è già un’altra fila. Tutti di corsa, tutti con la stessa missione.

Il problema dei crisantemi è che sono delicati. Basta sfiorarli un po’ male, una borsa che passa, una manica di cappotto che si impiglia, e puff… qualche petalo cade. Non è niente di tragico, succede sempre. Ma quando succede, quei vasi li metti da parte. Non perché siano brutti, ma perché la gente vuole tutto perfetto. Per il cimitero dev’essere tutto impeccabile.

Io infatti avevo messo alcuni vasi leggermente rovinati sotto il banco. Petali mancanti, qualche fiore un po’ spelacchiato. Niente di drammatico, ma abbastanza da far storcere il naso ai clienti.

A un certo punto si avvicina una nonnina. Piccola, cappotto scuro, borsetta stretta al braccio. Lo sguardo di quelle persone che sembrano fragili ma in realtà hanno più carattere di metà dell’umanità.

Si avvicina al banco, guarda i fiori, poi si sporge leggermente e con il dito indica proprio il mucchietto di crisantemi che avevo nascosto.

“Quelli.”

Io guardo dove indica.

Proprio quelli rotti.