Sono elettricista da qualche anno, ne ho viste parecchie, ma certe situazioni ti rimangono più impresse di altre.
Un giorno, un mio amico mi gira il contatto di un suo conoscente che ha un problema elettrico in casa. “È un tipo un po’ particolare,” mi dice, “ma è disperato. Vedi tu se hai voglia.”

Lo chiamo, mi spiega che ha un corto circuito in cantina da una settimana e che non riesce a venirne a capo.
“Ho già provato io a smontare un po’ di roba,” mi dice con tono sicuro, “ma niente. È un problema serio.”

Il giorno dopo mi presento alla sua villetta, fuori città. Già dal vialetto si capisce che ci tiene a fare bella figura: erba tagliata, siepi a palla, macchina tirata a lucido. Mi apre lui, sulla cinquantina, camicia infilata nei pantaloni della tuta, un po’ troppo cordiale per i miei gusti.

Appena mi vede:
«Ah, meno male che è arrivato! Guardi che roba… è una settimana che ci combatto. Deve essere un guasto tosto, perché io ci capisco eh, ma qui proprio niente da fare.»

Annuisco, anche se già sento puzza di classico caso “me la cavo da solo, poi chiamo un professionista quando è troppo tardi”.

Prendo la borsa degli attrezzi e mi faccio accompagnare in cantina. Mentre scendiamo mi fa:
«Le faccio un caffè? Magari intanto che lei inizia a dare un’occhiata…»
«Volentieri, grazie.»
Lo vedo risalire tutto soddisfatto, come se avesse fatto la sua parte.