Allora, senti questa.
C’è questa chiesa in paese, la classica chiesetta di provincia: campanile un po’ storto, muri che d’estate profumano di incenso e umidità, panche di legno consumate da generazioni di ginocchia. Niente di speciale, insomma. Se non fosse per Oreste.
Oreste è un gatto tigrato, enorme, compatto, con quella forma indefinita che hanno solo i gatti che mangiano bene e si muovono poco. Grosso come un cuscino, ma con l’aria di chi comanda. Vive lì dentro da anni. Nessuno sa esattamente da dove sia spuntato: qualcuno dice che un giorno sia semplicemente entrato durante una messa feriale e non se ne sia più andato. Fatto sta che il vecchio prete, Don Augusto, l’aveva adottato senza tante cerimonie.
Per Don Augusto, Oreste non era “un gatto”. Era il gatto.
Dormiva in sacrestia, sulle stole, sui fogli delle omelie, sui banchi delle prime file. Durante le funzioni si spostava lento, con passo solenne, come se anche lui avesse un ruolo liturgico. Le vecchiette lo accarezzavano di nascosto, convinte che portasse fortuna. E quando aveva fame, Oreste faceva una cosa che avrebbe fatto impallidire qualunque ladro: rubava l’ostia direttamente dal piattino, con una precisione chirurgica e uno sguardo innocente che sembrava dire “se Dio non voleva, non mi avrebbe fatto entrare”.
Poi, come succede sempre, Don Augusto va in pensione. Festa, saluti, lacrime, regalo collettivo. E al suo posto arriva Don Marco.
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