Ai tempi dell’università avevo circa vent’anni e, insieme a una mia amica, ero stata assunta come cassiera in una famosa catena di supermercati, all’epoca GS, poi diventata Carrefour.

Una delle cose che dovevamo fare era chiedere la tessera fedeltà ai clienti. Appena la passavamo sul lettore, sul display comparivano i dati dell’intestatario e noi dovevamo salutare il cliente chiamandolo per cognome.

Quindi passavamo interi turni a ripetere:

“Buongiorno, signor Rossi.”

“Buonasera, signora Bianchi.”

Tutto molto professionale. Almeno fino a quel giorno.

Io ero alla cassa alle spalle della mia amica e stavo servendo una cliente quando sento la solita formula provenire dalla sua postazione:

“Buonasera, signor Penecaldo.”

Mi fermo.

Anche la cliente davanti a me si ferma.

Ci guardiamo.

Avevamo sentito entrambe qualcosa di strano, ma per un paio di secondi credo che nessuna delle due abbia avuto il coraggio di elaborarlo fino in fondo.

Poi guardo la mia amica.