Lavoravo come pescatore con mio padre e mio fratello.
Barca piccola, mani sempre segnate dal sale, sveglia quando il resto del mondo sta ancora sognando.
Le nostre giornate iniziavano alle tre del mattino.
Buio fitto, il porto silenzioso, solo il rumore dei motori che si accendono e le cime che si staccano dalla banchina. Il mare, a quell’ora, non è romantico: è freddo, umido, ti entra nelle ossa.
Ma era il nostro lavoro. E anche il nostro orgoglio.
Rientravamo verso mezzogiorno, stanchi, con l’odore del mare addosso e le cassette piene del pescato del giorno. D’estate il porto si trasformava: turisti ovunque, cappelli di paglia, macchine fotografiche, bambini che indicavano le reti come se fossero una mostra folkloristica.
Appena attraccavamo, puntualmente si formava il capannello.
«Avete pesce fresco?»
«È di stamattina?»
«Posso fare una foto?»
E qualcuno voleva comprare direttamente lì, sul molo.
Quel giorno il sole picchiava forte. Io stavo sistemando una cassetta di polpi, belli grossi, ancora lucidi, pescati poche ore prima.
Si avvicina una signora sulla sessantina, vestito leggero, occhiali da sole enormi, borsa elegante che probabilmente valeva più della nostra rete.
«Mi daresti un chilo di polpi per favore?»
«Certo, signora.»
Li prendo, li peso sulla bilancia appoggiata alla cassetta, un chilo preciso. Li metto nella busta.
«Signora, sono 10€.»
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