Pet shop, 23 dicembre.
Fuori una nebbia umida che sa di Natale imminente e di tredicesime già evaporate. Dentro, lucine intermittenti attorcigliate alla cassa, un cappellino rosso infilato a metà sulla testa del pappagallo (che non collabora) e una colonna sonora di jingle bell remixati in versione reggae.

Davanti alla parete dei giochi per cani c’è lei.
Cliente fissa. Da tre anni.
Dieci minuti che vaga avanti e indietro come un ispettore dell’Interpol incaricato di smascherare il traffico illecito di palline.

La parete è un tripudio di colori: ossi di gomma, corde intrecciate, pupazzi improbabili con facce felici e un’intera batteria di palline con fischietto incorporato.

Mi avvicino con il mio miglior sorriso da “sono qui per aiutare ma anche per sopravvivere alle feste”.

“Posso aiutarla?”

“Sì, vorrei una pallina esattamente come questa.”
Indica una palla di gomma rossa sullo scaffale.
“Ma che non fischi.”

Sorrido. Respiro. È il mio momento.

“Allora è fortunata, perché da questa riesco ad estrarre il fischietto, basta tirare qui!”
Con gesto esperto infilo le dita nel forellino e faccio vedere il meccanismo interno.

Lei mi guarda come se stessi per disinnescare un ordigno.

“Non mi fido… E se poi fischia ancora?”

“Non potrà più fischiare senza il fischietto, non si preoccupi. Resterà solo il buco.”

“Non mi fido.”

“In che senso?”

“Eh, secondo me non smette di fischiare. Chi mi garantisce che senza il fischietto non fischia?”