Avevo 18 anni, studiavo e nel weekend lavoravo nel negozio di alimentari della mia famiglia. Il responsabile era mio padre, quindi quando mi dava un ordine non potevo nemmeno sperare di lamentarmi del capo una volta tornato a casa.

Una sera eravamo ormai in chiusura. Avevo ritirato tutti i salumi, svuotato il banco e stavo iniziando a smontare l’affettatrice per pulirla quando entra un cliente.

“Mi servono 200 grammi di prosciutto cotto, tagliato sottile.”

Gli mostro il banco ormai vuoto.

“Mi dispiace, abbiamo già portato tutto nella cella frigorifera e sto smontando l’affettatrice. Stiamo chiudendo.”

“Allora chiama il responsabile e vediamo che cosa dice lui.”

“Il responsabile è mio padre.”

“Meglio ancora. Chiamalo.”

Chiamo mio padre sperando che, almeno per una volta, mi desse ragione. Invece mi dice di servire quell’ultimo cliente e poi ricominciare la pulizia. Non potevo nemmeno accusarlo di essere il classico responsabile senza spina dorsale, perché a cena me lo sarei ritrovato davanti.

Recupero il prosciutto cotto, rimonto l’affettatrice e chiedo:

“Quanto sottile lo vuole?”

“Il più sottile possibile.”

Regolo la lama al minimo e taglio una fetta quasi trasparente.

“No, più sottile.”

“Signore, questa è già l’impostazione minima. Se provo a fare una fetta ancora più sottile, il prosciutto si sbriciola.”