Sono sempre io, quella che lavora in concessionaria e che, ormai, dovrebbe avere imparato a non offrire niente ai clienti senza prima valutare attentamente le conseguenze.
Quel giorno rientro dalla pausa pranzo con qualche minuto di anticipo e decido di prendermi un caffè in salone. Alla scrivania di un collega del service c’è un cliente in attesa, così, mentre scelgo la capsula, gli chiedo se ne voglia uno anche lui.
Guarda la macchinetta e le varie confezioni.
“Avete solo questi gusti?”
Nella mia testa comincio l’inventario: espresso, forte, India, caramel, decaffeinato, intenso, tutti disponibili in versione ristretta, normale oppure lunga. Evidentemente, però, il nostro assortimento non era ancora all’altezza delle sue aspettative.
“Ma scherza? Oltre a questi abbiamo anche il distributore con cappuccino, macchiato, ginseng e orzo. Se preferisce, vado a prenderglielo.”
“No, no, fammi un intenso. Me lo farò andare bene.”
Detto con il tono di chi sta accettando un sacrificio personale per non mettermi in difficoltà.
Inserisco la capsula e gli faccio l’ultima domanda.
Lascia un commento