Martedì scorso ero in un negozio di scarpe e avevo appena finito di provarne un paio, quando dalla zona delle casse sentii una signora che, con una voce sorprendentemente calma, stava accusando il negozio di aver organizzato una truffa.

La commessa aveva davanti un paio di scarpe e un buono sconto che la cliente le aveva appena consegnato.

“Mi dispiace, signora, ma questo coupon è scaduto. Non posso applicarle lo sconto.”

La cliente riprese il foglio e indicò una frase stampata al centro.

“Qui c’è scritto chiaramente che dal 15 al 27luglio su ogni articolo della collezione in promozione, è previsto un ulteriore sconto del 20%. Mi sta dicendo che sto sognando?”

“Se mi lascia controllare e spiegare…”

“Risparmi le scuse, signorina. È tutto un grandissimo imbroglio e voglio parlare immediatamente con un responsabile.”

A quel punto anch’io, come gli altri clienti che si trovavano nei paraggi, avevo smesso di guardare le scarpe. La commessa chiamò il responsabile, gli consegnò il coupon e provò a riassumergli il problema, ma la signora non le lasciò neppure il tempo di finire.

Ripeté che la promozione era chiarissima, che il negozio attirava i clienti con offerte false e che una dipendente incapace di riconoscere un buono valido non avrebbe dovuto lavorare alla cassa.

“Se fossi in lei, prenderei provvedimenti. La signorina non è in grado di fare il suo mestiere.”

Il responsabile non rispose subito. Lesse il coupon davanti, poi lo girò e controllò con attenzione le scritte più piccole sul fondo.

“Signora, questo buono presenta due problemi. Il primo è che non può essere utilizzato in questo punto vendita.”

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