Sono un serramentista.
Faccio questo lavoro da quando ho quattordici anni. Quattordici. L’età in cui altri cambiavano figurine, io imparavo a montare telai, a prendere misure al millimetro, a capire che una finestra montata male non è solo un errore: è un problema che torna indietro per anni.
Lo faccio con passione, e soprattutto lo faccio nel modo più onesto possibile. Non perché convenga, ma perché non saprei lavorare diversamente.
Due settimane fa è iniziata una storia che, col senno di poi, ha del surreale.
Mi chiama una signora, sulla settantina. Arriva per passaparola, che per noi artigiani è ancora la cosa più preziosa che esista. Mi chiede un sopralluogo per sostituire le finestre. Abita a cinquecento metri dalla mia ditta. Letteralmente dietro l’angolo.
Vado a casa sua. Educata, gentile, mi fa accomodare. Inizio come sempre: spiego i prodotti, le differenze tra i profili, i vetri, le guarnizioni, l’isolamento termico e acustico. Parliamo di prezzi, di qualità, di detrazioni fiscali attualmente possibili. Cerco di essere chiaro, trasparente, senza promesse miracolose.
Poi, come succede spesso, si va un po’ fuori dal lavoro.
Lei mi racconta la sua vita. Tutta.
Il marito, i sacrifici, il figlio che ha provato ad avviare un’attività e a cui lei ha voluto dare una mano, rimanendo ora un po’ in difficoltà economica. Lo dice senza piagnistei, ma lo dice. Io ascolto. Perché dietro una casa c’è sempre una persona.
Nel giro di un’oretta si crea un bel rapporto. Civile. Umano.
Quando preparo il preventivo, tengo conto di tutto. Non faccio sconti finti per poi recuperarli dopo. Faccio un prezzo onesto, ridotto il più possibile, proponendo anche un pagamento rateale per venirle incontro. Le spiego che il preventivo ha validità quindici giorni. Lei annuisce, ringrazia, mi saluta con un sorriso.
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