Lavanderia, mattina. Entra una signora con una borsa enorme.
“Buongiorno, vorrei lavare alcune camicie di mio marito.”
“Certo signora, piegate o sulla gruccia?”
“Guardi, le vorrei lavate singolarmente. E non a secco.”
“Singolarmente?”
“Sì. Sono molto sporche e non vorrei che lavandole insieme si sporcassero di più.”
Mi fermo. Riavvolgo la frase nella testa. Una camicia sporca che sporca un’altra camicia sporca dentro una lavatrice piena di acqua e detersivo. Non riesco a trovare la logica, ma vado avanti.
“Signora, quante sono?”
“Sette.”
“Ho una lavatrice da dieci chili, stia tranquilla. E il lavaggio a secco toglie l’unto della pelle, igienizza il tessuto. Se le salta qualche bottone lo riattacchiamo.”
“No. Singolarmente. E non a secco.”
“Mi sta chiedendo di fare sette lavatrici da dieci chili per lavare sette camicie.”
“Certo. Altrimenti si sporcano di più.”
A quel punto ho smesso di ragionare sul detersivo e ho iniziato a ragionare sul marito. Cosa fa quest’uomo nella vita. Dove va. In che stato torna a casa la sera. Me lo immagino che rientra dalla miniera, dalla fonderia, da un canale di scolo. Me lo immagino e quasi mi dispiace per lui.
“Va bene signora. Allora: sei euro a camicia, lavaggio e stiratura.”
“Sei euro?”
“Sei euro.”
“Ma ne ho sette. Non può farmi un piccolo sconto?”
ECCALLÀ!!!!!
La richiesta dello sconto. Sulla cosa che ha appena trasformato in un’operazione logistica da campo.
“No signora.”
“Nemmeno di poco?”
“Non è proprio possibile signora”
Si stringe la borsa. Guarda le camicie. Poi me. Poi ancora le camicie, come se stesse aspettando che dicessero qualcosa anche loro.
“Allora mi scusi un attimo, ci penso.”
Prende la borsa. Prende le camicie. E se ne va.
La porta si richiude piano, mai più rivista.
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