Stamattina, ore otto in punto.
Saracinesca appena alzata, bilancia che fa ancora il beep di avvio, io che sto sistemando le etichette con l’illusione ingenua che la giornata possa iniziare con calma.

Tempo trenta secondi e entra lei.

Passo deciso, borsa stretta al braccio come se stesse per affrontare una missione diplomatica. Si piazza davanti al banco salumeria, mi squadra e parte:

“Buongiorno, ha della ricotta di pecora?”

Sorrido professionale, modalità “gentilezza automatica” attivata.
“Certo signora, quanta ne desidera?”

“Me ne dia un chilo.”

Un chilo. Perfetto. Taglio con precisione chirurgica, cerco di fare un pezzo compatto e bello da vedere – perché anche l’occhio vuole la sua parte, no? La peso: 1,012 kg. Perfetto. Rifilo un millimetro, 0,998 kg. Accetto il compromesso con l’universo, confeziono, etichetta, prezzo. Le porgo il sacchetto con la soddisfazione di chi ha già completato la prima missione della giornata.

Lei prende il sacchetto. Lo osserva. Lo inclina. Mi guarda.

“Ma è ricotta sarda?”