Tavolo di ragazzi, atmosfera da serata importante.

Tra loro c’è la solita protagonista: ha fatto un corso da sommelier di primo livello e lo sa già tutto il locale, perché lo ripete a ogni frase.

“Il vino lo scelgo io,” annuncia al tavolo, con il tono di chi sta per firmare un trattato internazionale.

Mi avvicino, le consiglio un Morellino di Scansano. Lei storce un po’ il naso, non sembra del tutto convinta, ma alla fine sentenzia:

“Va bene, può andare.”

Apro la bottiglia davanti a lei. Per abitudine annuso il tappo, tutto regolare, poi glielo porgo da assaggiare insieme al primo sorso nel calice.

Lei lo annusa, beve un sorso, fa una smorfia teatrale.

“È imbevibile. Sa di tappo.”

Verso un po’ di vino anche nel mio bicchiere, assaggio.

“Posso cambiarle il vino se non le piace, nessun problema. Ma non sa di tappo, glielo posso assicurare.”

Lei alza il mento, pronta alla battaglia.

“Ho fatto un corso da sommelier. So perfettamente riconoscere quando un vino sa di tappo.”