Sono di turno in cassa quando la vedo arrivare. Al telefono, come sempre. Mette la roba sul nastro senza guardarmi, senza guardarsi intorno, senza smettere un secondo di parlare.

“Ti ho detto che arrivo tra dieci minuti, sono alla cassa… ma non riesci proprio ad aspettare?? Dai dai che arrivo… tanto qui non c’è nessuno…”

Non c’è nessuno. Dietro di lei nel frattempo si è formata una coda di sei persone.

Batto la spesa in silenzio. Lei continua. Bla bla bla, blaaaaa, dai dai, sì sì, arrivo arrivo. Passaporto, pasta, pomodori, detersivo, due litri di latte. Bla bla bla.

Finisce la chiamata esattamente quando finisco io di battere tutto.

“Scusa, era mio figlio.”

“Nessun problema.”

“Gli scappa da cagare e devo andare di corsa a prenderlo.”

Alzo gli occhi.

“Gli scappa e non riesce ad aspettare, lui è fatto così. Speriamo non ci sia traffico perché l’ultima volta l’ha fatta nei pantaloni, non sono arrivata in tempo.”

La signora dietro di lei smette di guardare il telefono.

“Mi dispiace,” dico io, perché non so cos’altro dire. “Quanti anni ha?”

Lei prende la busta, le chiavi di casa, si sistema la borsa sulla spalla.

“È in terza media.”