Supermercato.
È una giornata qualunque, di quelle che non promettono niente ma mantengono sempre il peggio. L’aria è già satura di umidità e di lamentele preventive. Io sono al mio posto, divisa addosso, sorriso professionale calibrato al millimetro: abbastanza gentile da non sembrare ostile, abbastanza neutro da non invitare alla confidenza.
La porta scorrevole si apre ed entra la famiglia.
Non una famiglia.
La famiglia.
Fra nonni, zii, nipoti e un paio di elementi indefiniti che potrebbero essere amici, cugini o persone raccolte lungo la strada, saranno sei o sette. Camminano compatti, a falange, con lo sguardo vigile di chi è appena entrato in territorio nemico.
La tipologia è immediatamente chiara:
Qui siete tutti ladri. Non ci fidiamo. Anzi, vi vogliamo proprio male.
Iniziano l’esplorazione delle corsie con la stessa attenzione di una scena del crimine. Si muovono lentamente, scrutano scaffali, si chinano, confrontano prezzi, annusano l’aria come se potessero percepire la fregatura a livello molecolare. Se avessero avuto il luminol, l’avrebbero spruzzato sul banco della pasta.
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