Al tempo studiavo e lavoravo come receptionist notturna in un piccolo albergo vicino all’uscita dell’autostrada.
Non era un hotel di lusso, anzi. Un posto semplice, pulito, di quelli dove la gente si ferma per qualche ora di sonno durante un viaggio e poi riparte la mattina successiva.
Durante il turno notturno ero praticamente da sola e gestivo tutto in autonomia: non c’era moltissimo da fare: a volte qualche ospite che arrivava a notte fonda, a volta qualche piccolo problema o qualche telefonata.
Niente che non fossi capace di gestire.
Una notte, verso le due, arriva una donna sulla trentina. Sembrava in viaggio per lavoro, stanca morta dopo chissà quante ore di macchina, capelli arruffati, aria di chi non ce la fa proprio più.
Le chiedo il documento e inizio a registrare il soggiorno.
Nel frattempo noto che continua a spostare il peso da una gamba all’altra, guarda il corridoio, guarda me, poi di nuovo il corridoio.
Ora, non so se fossero ore di viaggio, una cistite, il ciclo o semplicemente una vescica sul punto di dichiarare guerra all’umanità, ma essendo donna ho riconosciuto immediatamente quello sguardo di chi ha assolutamente bisogno di un bagno…
Quello sguardo che solo noi donne abbiamo in certi momenti, del tipo “tra trenta secondi smetto di essere una persona civile.”
Così la interrompo.
“Guardi, per me è tutto a posto. Il bagno è lì in fondo, se vuole andare pure. Intanto finisco la registrazione.”
Mi guarda come se le avessi appena regalato una vincita alla lotteria.
“Grazie!”
E sparisce praticamente di corsa.
Quando torna completiamo il check-in, le consegno la chiave e le spiego dove si trova la camera.
“La sua è al primo piano, in fondo al corridoio. La colazione è dalle 6:30 alle 9 e se ha bisogno di qualsiasi cosa mi trova qui tutta la notte.”
Lei firma, prende la chiave e si avvia verso l’uscita della reception.
Poi si gira.
“Vorrei parlare con il responsabile.”
E lì mi si gela il sangue.
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