Anni fa, quando ancora vivevo a Roma, vengono a trovarmi i miei e decidiamo di andare a mangiare al ristorante.

Ci sediamo, ordiniamo e, mentre aspettiamo che arrivino i nostri piatti, cominciamo involontariamente ad ascoltare la conversazione tra il cameriere e un cliente seduto al tavolo accanto al nostro.

Era un ristorante di pesce e il cliente era da solo, con il menù chiuso davanti a sé. Non lo aveva nemmeno aperto.

Il cameriere si avvicina per prendere l’ordine.

Il cliente chiede:

“Cosa avete di antipasto?”

“Abbiamo le cicale di mare, il sauté di cozze, l’insalata di mare…”

E continua elencando a voce altri quattro o cinque antipasti.

Il cliente ascolta tutto.

Poi domanda:

“E di primo?”

“Le linguine allo scoglio, il risotto ai frutti di mare, gli spaghetti alle vongole…”

Altri quattro o cinque piatti elencati a memoria.

Noi, dal tavolo accanto, ormai avevamo smesso quasi di parlare.

Il cliente ci pensa un po’, poi continua:

“Di secondo, invece?”

Il cameriere, con una pazienza che già a quel punto meritava un riconoscimento ufficiale, riparte:

“Trancio di tonno alla brace, branzino all’acqua pazza, frittura mista…”

E avanti con altri quattro o cinque secondi.

A quel punto il cliente rimane pensieroso.

Pensa che ti ripensa.

Guarda nel vuoto.

Riflette ancora.

Il cameriere aspetta.

E alla fine, dopo essersi fatto elencare praticamente l’intero menù a voce, il cliente decide:

“Un’insalata mista, grazie!”

Il cameriere prende nota e se ne va.

Io l’ho guardato allontanarsi e, in quel momento, mi sono sentita profondamente solidale con lui.

Perché ci sono persone che leggono il menù.

E poi ci sono persone che preferiscono farselo recitare integralmente per assicurarsi di non ordinare assolutamente niente di ciò che contiene.