Ricevuto oggi da un ragazzo che lavora all’assistenza clienti per un provider internet.
Se vi siete mai chiesti perché a volte i ticket restano “in attesa di aggiornamento”, ora lo sapete.
Ore 11:42.
Telefono che squilla. Rispondo col solito tono pacato da “buongiorno, mi dica pure”.
Dall’altra parte una voce agitata, donna, decisa:
> “Salve, ho un grosso problema col vostro Wi-Fi!”
“Mi dispiace, ci dica cosa succede così vediamo di aiutarla.”
> “Non va!”
“Ok, non va in che senso? La connessione cade? Il modem è spento? C’è qualche luce rossa?”
> “No no, le luci ci sono… però non prende in giardino.”
Faccio una piccola pausa. “In giardino?”
> “Sì, ho messo un tavolino fuori. Volevo lavorare con il portatile lì. Ma appena mi siedo, il Wi-Fi si offende e sparisce. Secondo me c’è un problema nella vostra rete.”
Cerco di spiegare:
“Signora, il modem è dentro casa, giusto? Il segnale ha dei limiti. I muri, la distanza, magari anche interferenze esterne…”
> “E allora a che serve avere internet se non posso usarlo dove voglio?”
Respiro. “Lo può usare dove arriva il segnale, signora. Se vuole potremmo suggerirle un extender Wi-Fi…”
> “No guardi, io pago. Non devo *estendere* un bel niente. Il Wi-Fi deve sapere che io pago, e *venire lui da me*.”
A questo punto capisco che la tecnologia ha perso.
Ha vinto la pretesa.
> “Il vicino ha Fastweb e guarda Netflix in terrazzo. Perché io no? Eh? Cos’è, la vostra rete è timida?”
Le propongo comunque una verifica della linea, un controllo da remoto, le classiche procedure.
> “No no, ora non posso. Sto per uscire. Però mi raccomando: fate qualcosa. Perché io sono una persona che ricorda.”
*Che ricorda cosa, non è dato saperlo.*
Appena chiudo, il collega accanto a me si gira e fa:
> “Facciamolo questo Wi-Fi sensibile alle emozioni, che si avvicina quando ti vede triste.”
E niente, ticket chiuso.
Motivazione: **segnale offeso, cliente delusa**.
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