Premessa: sono al nono mese di gravidanza e continuo a lavorare al distributore.
Essendo autonoma, per me la maternità non prevede di abbassare la serranda e sparire, quindi eccomi sul piazzale, in piena estate, con un pancione gigante.
Una mattina si presenta una cliente abituale. Entra dal lato sbagliato e si ferma con il bocchettone del serbatoio dalla parte del passeggero, il più lontano possibile dalla pompa. La saluto, le chiedo quanto vuole mettere e provo comunque a tirare il tubo.
Mi allungo per quanto posso, ma mancano pochi centimetri.
“Signora, potrebbe spostare la macchina appena un po’ più avanti? Da qui la pistola non arriva al serbatoio.”
Lei guarda prima me, poi l’auto, come se le avessi chiesto di rifare l’esame di guida.
“Eh vabbè, spingimela tu, come al solito. Che vuoi che sia?”
Guardo il mio pancione, poi guardo lei. È estate e non esiste alcuna possibilità che la gravidanza sia sfuggita all’occhio umano.
“Non so se ha notato, ma sono incinta al nono mese. Vorrei sinceramente evitare di partorire sul piazzale, quindi dovrebbe spostarla lei. Basta accendere il motore e avanzare di mezzo metro.”
La signora sbuffa, sale in macchina e mette in moto. Prima di avanzare, abbassa il finestrino.
“Beh, la gravidanza mica è una malattia!”
No, infatti. E proprio per questo non avevo intenzione di trasformarla in un parto anticipato per spingere la sua macchina.
Alla fine avanzò da sola e riuscii a fare rifornimento senza mettere al mondo mio figlio accanto alla colonnina del diesel.
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