Riprovo digitando il codice a mano. Niente.
Controllo l’etichetta cucita all’interno e trovo il nome di un’altra azienda. Non è un vecchio prodotto, non è un articolo uscito dall’assortimento e non proviene da un altro negozio della catena: quell’aragosta non è proprio nostra.
Le domando se sia sicura di averla acquistata lì.
“Certo che sono sicura! C’è perfino il prezzo attaccato.”
Mi indica un adesivo bianco completamente anonimo. Prendo uno dei nostri articoli e le mostro l’etichetta corretta, con il codice e la grafica della catena. Quella sul costume potrebbe provenire da qualunque negozio, bancarella o angolo dell’universo conosciuto.
“Sempre un’etichetta è. Non capisco quale sarebbe la differenza.”
La differenza, provo a spiegarle, è che noi non possiamo rimborsare un prodotto che non risulta acquistato lì e che, soprattutto, non abbiamo mai venduto.
A quel punto interviene il responsabile del punto vendita, che si trova alla cassa accanto e ha ascoltato buona parte della conversazione.
“Signora, senza scontrino non possiamo accettare il reso. Inoltre il codice non appartiene al nostro assortimento e sull’etichetta compare il nome di un’altra azienda.”
La cliente diventa paonazza.
“Quindi mi state dando della bugiarda?”
Il responsabile le risponde che nessuno le sta dando della bugiarda: le stiamo soltanto dicendo che il costume non proviene dal nostro negozio.
“Complimenti per il servizio! Me ne vado e non mi vedrete mai più.”
Rimette il costume nella busta e si dirige verso l’uscita. Io penso che sia finita e chiamo il cliente successivo.
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