Poi intervenni.

“Scusate se interrompo, ma questa posizione non richiede la presenza stabile nella sede di Milano?”

Il mio responsabile cambiò espressione.

“Di questo possiamo parlare dopo il colloquio.”

Rimasi in silenzio per il resto dell’incontro.

Ma continuai a sentire frasi come:

“Sarà lei a formarti in collegamento dalla sede di Milano.”

E altre del tipo:

“Dovrete soltanto coordinarvi nei giorni in cui sarai qui.”

Sentivo montarmi dentro una rabbia che non aveva niente a che fare con quella donna. Lei aveva fatto benissimo a chiedere. Al suo posto, avrei fatto esattamente la stessa cosa.

Il problema era che a me era stato detto che non esistevano alternative.

Quando il colloquio finì, il mio responsabile mi chiamò nel suo ufficio.

“Dobbiamo parlare della tua uscita durante il colloquio.”

“Va bene.”

“Non spettava a te discutere dove dovesse lavorare la candidata.”

“Ma…”

Mi interruppe.

“La posizione, normalmente, richiede la presenza a Milano. Però lei ha un marito e tre figli. Bisogna anche considerare le situazioni personali.”

Rimasi a guardarlo.

“Io sto per sposarmi.”

“Lo so, ma…”

“Vivevo con la mia famiglia. Ho lasciato i miei genitori, il mio compagno e tutta la mia vita a cinquecento chilometri da qui perché mi avete detto che non c’erano alternative.”

“Non è la stessa cosa. Lei ha tre figli.”

Quella frase mi fece più male di quanto volessi ammettere.

“Quindi siccome non sono ancora madre, il mio futuro marito conta meno? La mia famiglia conta meno? I sacrifici che faccio ogni settimana valgono meno?”

Lui sospirò.

“Stai prendendo la questione troppo sul personale.”

“Certo che la prendo sul personale. Pago un affitto a Milano, viaggio ogni fine settimana, passo dieci ore sui treni tra andata e ritorno e vivo con una valigia sempre pronta perché voi mi avete detto che essere qui era obbligatorio.”

Provò a interrompermi.

“È obbligatorio oppure no?”