No no, ero una commessa, ma lavoravo da alcuni anni nell’ufficio acquisti di una grande catena della GDO. Il mio ruolo prevedeva frequenti trasferte tra punti vendita, centri logistici e sedi regionali e, per quanto fosse stancante, per me funzionava.
Avevo poco più di trent’anni, vivevo ancora al Sud con la mia famiglia e stavo per sposarmi. La mia vita era tutta lì: il mio compagno, i miei genitori, gli amici di sempre, la casa in cui ero cresciuta e un matrimonio che stavamo iniziando a organizzare.
Poi l’azienda decise di riorganizzare il reparto.
Le trasferte sarebbero state drasticamente ridotte e tutte le persone con il mio ruolo avrebbero dovuto lavorare stabilmente dalla sede di Milano.
Io chiesi se fosse possibile essere assegnata a una sede più vicina, magari continuando a seguire i fornitori e i punti vendita della mia zona.
La risposta fu chiarissima.
“Se vuoi mantenere questo ruolo, devi essere presente nella sede di Milano. Non ci sono alternative.”
Cinquecento chilometri.
Non abbastanza per cambiare continente, certo. Abbastanza, però, per cambiare completamente una vita.
Così mi trasferii da sola.
Trovai in affitto un piccolo bilocale fuori dal centro che costava comunque una cifra che, al mio paese, avrebbe fatto ridere per quanto era assurda. Tra affitto, cauzione, bollette, trasporti e viaggi per tornare a casa, per mesi ebbi la sensazione di lavorare quasi esclusivamente per permettermi di continuare a lavorare.
Il venerdì sera prendevo il treno e tornavo dalla mia famiglia e dal mio futuro marito. Cinquecento chilometri con la valigia preparata il giovedì sera, la cena mangiata in stazione e gli occhi fissi sull’orologio sperando di non perdere una coincidenza.
La domenica ripartivo.
Ogni volta.
Mia madre mi preparava qualcosa da portare via. Il mio compagno mi accompagnava in stazione. Ci salutavamo sapendo che mancavano cinque giorni al venerdì successivo e fingevamo entrambi che non fosse poi così pesante.
Lo era.
Ma mi ripetevo che avevo un buon lavoro, una posizione di responsabilità e che, in fondo, ero stata io a scegliere di non perderlo.
Qualche mese dopo si liberò una posizione nel mio stesso ufficio. Si candidò una donna con cui avevo già lavorato in passato e che viveva a più di cinquecento chilometri da Milano.
Partecipai al suo colloquio perché, se fosse stata assunta, avremmo dovuto lavorare a stretto contatto.
Il mio responsabile le chiese:
“Lei vive ancora in un’altra regione, corretto?”
“Sì, vivo lì con mio marito e i nostri tre figli. Però posso venire a Milano qualche volta al mese e, per il resto, lavorare dalla sede locale vicino a casa mia.”
Il mio responsabile rispose immediatamente:
“Certo, non vedo particolari problemi. Possiamo organizzarci.”
Io lo guardai.
Per qualche secondo pensai di aver capito male.
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